Marino Moretti, il poeta di Cesenatico, ha un destino segnato dalla sua prima stagione poetica; da allora quasi tutte le antologie lo "relegano" tra i crepuscolari, anzi, qualche volta tra quelli minori, e di lui viene ricordato come massima espressione artistica l'incipit (che qui non riporto per decoro) di A Cesena
Moretti è stato molto di più; ma chi legge oggi i suoi romanzi (qualcuno di voi ha in casa La vedova Fioravanti ?) o i testi che hanno come protagonista il suo alter-ego autocritico Pazzo Pazzi o, peggio ancora, le raccolte poetiche della sua maturità ? Eppure questi testi "dimenticati" hanno valso a Moretti un Viareggio (nel 1960, davanti a Pasolini !!!) e, raro caso nella storia per un poeta italiano (forse solo con Andrea Zanzotto è successa cosa analoga), un Meridiano pubblicato con l'autore in vita.
Se passate da Cesenatico, una visita alla sua casa-museo è d'obbligo, per capire.

Solo due poesie della sua stagione matura, un assaggio...
IL SUICIDIO SENILE
Un vecchio artista s'è data la morte
a più di novant'anni. Non so come,
per la pietà di lui e di me stesso;
e non farò il suo nome
crudele nella pace e nell'eccesso,
nell'arte e nella sorte.
Non lo amavo. E mi pento
di non aver risposto alle sue ire,
di non aver capito il suo tormento,
il suo punto fra spasimo ed orgoglio,
fra il vivere e il morire.
Oggi lo vedo, spoglio
di cruccio, come un laico del convento
che va alla cerca col suo somarello.
E troppo tardi lo chiamo fratello.
Ahi, troppo tardi so che ci si uccide
a novant'anni come a venti. Infine,
cadute le sue sfide,
la sua ghigna sparita,
annullato il suo estro,
ho perduto un amico oggi, un maestro
ché s'egli è stato disumano in vita
umanissima invece è la sua fine.
DOPO
Io non so che avverrà di questa casa,
s'ella sarà venduta,
s'ella sarà abbattuta,
se diverrà perfino un'altra casa.
Altre porte e finestre, altra cimasa,
altre rondini ed altri davanzali,
altri riposi d'ali.
Altro capo, altre serve, altre famiglie
come altre cose a me care o discare.
Altri libri, altro cibo, altre stoviglie,
altri letti, altre bare.
Che cosa dunque rimarrà di mio
per caso, in queste stanze, o per dispetto ?
Chi sa, forse un panchetto,
un panchetto di quando ero bambino
o un eco incomprensibile, un fruscio...
Altro mendico va di casa in casa,
di scalino in scalino,
ed altra madre chiama altro Marino
che in altra ora rincasa.