mercoledì, 28 novembre 2007

Questa volta l'attenzione è rivolta a tre giovani poeti lombardi.

Corrado Benigni è nato a Bergamo nel 1975; ha pubblicato Alfabeto di cenere (Lietocolle, 2005, con una prefazione di Milo De Angelis)Corrado Benigni.

Battesimo

Da una luce contraria

ora mi giunge la tua voce incenerita

risalgo la distanza

di questo sonno gettato addosso

silenzi si allungano

come corpi fino a un buio e

l'attesa è tutta la forza che ho

mentre questi passi

di figlio si consumano

al di qua di un battesimo

nell' orbita fonda del tempo

di questo tempo, padre

che chiamano inizio.

Lo sconosciuto

Il tempo lava di sé ogni cosa

foglie sbriciolate tra le pietre

dentro un buio che trasuda sete

precipitiamo

dove il mattino ci coglie

all'improvviso

e la solitudine di una mano

chiede pietà allo sconosciuto

che si fa incontro,

quale muto in noi prenderà la parola ?

Sopra quale ramo spoglio torneremo

a germogliare ? Noi

che la preghiera ha dissanguato

non abbiamo pace,

è nostra la nudità di chi spera.

Davide Brullo è nato a Milano nel 1979: Ha curato traduzioni dall'ebraico e dal greco; ha pubblicato il poema Il fiume (Smylife, 2003) e la raccolta Annali (Atelier, 2004). Quello che segue è un frammento dal poema.Davide Brullo

lasciammo i laghi come un unico compatto branco

dai laghi si dragavano solo più i cadaveri di carpe tinche lucci rastrellati dalle acque galleggiavano

 come foglie

le trote che scavano nell’acqua dei fiumi corridoi e cunicoli stretti

decelerarono la loro corsa

andammo cercando un luogo da abitare

era un esodo

per abitare questa nostra altezza

ma ci siamo incurvati più sotto delle bestie appena per leccare i trogoli e i secchi appena per ficcare il

ceffo nelle mangiatoie

la terra quella parte indurita di acque sembrava essere una qualche moralità

quelle terre che sotto le armi della luce che come un baleniere fora senza successo le acque ogni

ferro stortato deviato dalla corsia che nemmeno segna la sabbia sul fondo o sposta le falangi delle

alghe vengono fuori che sembrano altri incrociatori ancora

quelle terre piene di pinnacoli e scogli dove nidificano si moltiplicano decollano e si estinguono stirpi di

volatili cormorani sule albatri che si alzano come braccia di naufraghi

e la luce irrigidendosi in remi ci trasporta più veloci verso quelle terre dove le palme si scuotono come

i becchi pendenti o le ali di grossi pellicani

quelle terre sembrano ogni volta l’inizio di un ordine di un rigore

l’inizio di una giustizia dopo tutto questo scivolare nell’informe nel fluido
ci sembrava un’uscita dal male

l’indovina apriva le braccia reggendo il lavatoio rettangolare poi faceva scivolare la pigna di sapone

lungo gli argini del lavatoio e il sapone lasciava la sua bava spumosa attorno

e poi era sempre più stretto il suo cerchio bianco e poi entrava nell’acqua morta e spostandosi verso il

centro del rettangolo bolliva respirando come un pesce

ci disse che i branchi si sarebbero separati

che le terre sarebbero franate

che i figli non sarebbero cresciuti

non ci disse che ci avrebbero messo contro uno contro l’altro

Daniele Muriano è nato a Casorate Primo (PV) nel 1980. Ha pubblicato la raccolta Irrespirabili poesie d'assenza (Il Filo, 2005). Sotto il nome di malacconciomalacconcio cura un eccellente blog: http://maledettamentebene.splinder.com

irrespirabilipoesiedassenzaLa Piccola serenata notturna in sol maggiore K525 vibra

nella notte morente dolci

note d' insonnia strappate

all' Hi Fi compatto - flebili -

dal silenzio spaventato

dai lèmuri e ombre

del sonno - che vasto paese di paure...

e mi circonda - poi il nulla,

tutto rimane

un' immensa catacomba,

e al sesto piano

un guscio nella luce

si schiude nel meriggio di fuoco,

  febbroso

  e dimentico

di quel che il giorno gli chiede,

- e solo Mozart continua a suonare -

quando la farandola dell' abitudine

muove i frantoi della vita,

io lentamente sorrido

scabro in viso, attonito

abbraccio il mondo

lo afferro e con le spalle,

lo tengo nell' attesa

che questo mi schiacci.

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lunedì, 26 novembre 2007

Irving Peter Layton è lo pseudonimo con cui si è fatto universalmente conoscere (molto poco in Italia, a dire il vero) il poeta e saggista Israel Pincu Lazarovitch.

Nato in Romania nel 1912, fu portato dai genitori in Canada, a Montréal, all'età di un anno. Carattere bizzarro e balzano, sposatosi cinque volte, controcorrente come poeta come in tutte le manifestazioni della vita, è stato il promotore, negli anni '40, del gruppo dei "Giovani poeti" di Montréal che credevano nella rivoluzione contro l'insipido romanticismo. In tarda età la sua opera è stata segnata dalla riscoperta delle radici ebraiche. Colpito nel 1994 dal morbo di Alzheimer, si è spento in una casa per lungodegenti dopo una lunga e penosa malattia nel gennaio 2006.Irving Layton

Vi segnalo che la poesia che leggerete qui sotto l'ho reperita su un eccellente blog che segnalo alla vostra attenzione: si tratta di accampo, che pubblica una poesia al mese mettendo in palio un premio per chi sarà in grado di indovinarne l'autore. Le scelte sono sempre di grande interesse e potete vederle qui: http://www.accampo.ilcannocchiale.it

Lei di Tokio.
Lui di Tabriz.
S’incontrarono in una libreria.
Allungarono la mano per prendere lo stesso libro.
Mi scusi, in giapponese.
Mi scusi, in persiano.
Il libro era un trattato sulla blatta.
Ciascuno voleva il libro.
Ce n’era una sola copia.
Decisero di acquistarlo insieme.
Erano tutt’e due specialisti del carattere
e del comportamento delle blatte.
Studenti entusiasti, erano.
Ora si entusiasmarono l’uno dell’altro.
S’innamorarono guardando grafici di blatte
che ingerivano quello che ingeriscono le blatte.
Lui la portò nel suo appartamento.
Lei nel suo.
Fecero insieme lunghe passeggiate.
Spesso parlavano di altre cose
oltre che di blatte.
Lui lesse a lei i poeti sanscriti prediletti.
Lei gli lesse gli haiku.
Esaminando gli organi riproduttivi del loro insetto
prediletto, sentirono inumidirsi i genitali.
Nell’appartamento di lui; poi in quello di lei.
Fu stupendo.
Fu romantico.
Erano felici oltre ogni dire.
La storia sarebbe dovuta durare per sempre.
Rese i loro occhi lucenti.
Mutò alquanto la loro voce.
Lui le portò i suoi versi.
Lei gli fece arrivare un regalo per via aerea da Tokio.
Poi un giorno non si trovarono d’accordo.
Si trattava delle abitudini di alimentazione delle blatte.
Lui disse una cosa, lei un’altra.
Il disaccordo divenne discussione.
La discussione, litigio.
Il litigio si fece violento e amaro.
Non riuscivano ad essere d’accordo circa le abitudini d’alimentazione delle blatte.
La distanza tra di loro aumentò sempre più.
Lui disse così, lei così.
Non c’era possibilità di compromesso.
Uno soltanto aveva ragione.
Si sibilavano contro.
Occhi pieni di odio.
Misero in discussione l’intelligenza e la discendenza.
Dimenticarono tutte le cose gentili e significative
che si erano detti a proposito delle blatte.
Fu triste.
Fu assai triste.
Finì che lui si prese indietro i suoi versi.
Lei gli disse che si poteva tenere il trattato sulle blatte
dato che evidentemente lui ne aveva più bisogno.
Puttana, in persiano.
Pidocchio ignorante, in giapponese.
Così finì la storia.
Fu triste.
Fu assai triste.

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venerdì, 23 novembre 2007

Sigurbjorg Thrastardottir è una giovane poetessa islandese: nata nel 1973 a Akranes e laureata il Letteratura Comparata all'Università di Stato islandese,, fa parte di un movimento di intellettuali che si è dato il nome di Grafarvogur-poets, dal nome di un sobborgo di Reykjavik. Ha pubblicato diverse raccolte di liriche e un romanzo.Sigurbjirg Thrastardottir 

Sola su un isola greca I

La Grecia è un bianconero

l' ho vista

nel film di Zorba

ci piove pure

con tanta frequenza

che i battelli ritardano

fino alle dieci

invece non è vero

quel che molti pensano

che là ci muoiano

i belli

con strepiti di giubilo

dei brutti

succede spesso

ma qui mai

Confronta la luce

Quando mi guardi

sono in realtà un nanosecondo

più vecchia di quando mi vedi

perchè la vista

viaggia più lenta

cfr. stelle

spente da tempo

su quest' argomento

un uomo con un solo sopracciglio

tiene una lezione troppo lunga

accanto al caminetto mentre gli altri

si spartiscono una torta di mele

parla sorprendentemente bene l' inglese

ma non è divertente noi

non vogliamo saperne nulla di queste cose

sul tempo vogliamo solo guardarci

negli occhi, punto

Questo paese senza esercito

Ogni tanto sanguino

ma non fa male

non succede più spesso né più raramente

di pochi giorni ogni quattro settimane

come su un qualsiasi campo di battaglia

un apparato del genere

andrebbe accolto con entusiasmo, in realtà

invece di mettere il muso

si tratta tra l'altro

di stragi previste

e per lo più inoffensive

non soffro, se non altro,

di contrazioni precoci

intanto

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martedì, 20 novembre 2007

Ho rivisto Paolo Ciarchi dopo 35 anni: la volta precedente era stata a Parma, in occasione di un concerto di Don Cherry; successe che il trombettista americano perse per strada, per uno sciopero dei voli, tre quinti del suo gruppo, fatta eccezione per il saxofonista Frank Lowe. Così con i due "superstiti" sul palco salirono i musicisti che erano casualmente presenti, tra cui Gaetano Liguori, io e quell'estroso inventore di suoni. In tanti anni, a parte qualche ruga, lui non è cambiato ed è il geniale folletto burlone di sempre. A lui è dedicato questo post.

Paolo Ciarchi musicista, compositore, o meglio inventore di suoni, ha iniziato a lavorare negli anni '60 con Enzo Jannacci, Cochi e Renato e Lino Toffolo. Da allora è iniziato il suo rapporto con il Teatro - note le sue collaborazioni con il Piccolo Teatro di Milano, il Teatro Franco Parenti e, sopratutto, La Comune di Dario Fo - e con il cosidetto "folk revival" di Ivan Della Mea, Giovanna Marini e Paolo Pietrangeli. Dalla metà degli anni '70 si è dedicato alla sperimentazione e alla relazione fra suono, immagine e gesto, inventando spettacoli multimediali, utilizzando strumenti-non strumenti: ferri, cocci, tubi, il proprio corpo.Paolo Ciarchi tra Daniela Piperno e Lucia Vasini

LA  CONTROVERSA STORIA DI HO VISTO UN RE
Forse la più famosa canzone di Dario Fo, dallo spettacolo "Ci ragiono e canto", del 1969. E' stata interpretata anche da Enzo Jannacci. 

La canzone ha una storia controversa. Fino a poco tempo fa appariva come la versione adattata di una canzone popolare catalana. In realtà le cose sembrano essere assai diverse. Scrive Claudio Cormio:

" 'Ho visto un re' è stata composta per Ci ragiono e Canto N°2 che è una versione più spuria del N°1 ed era prodotto dalla "Comune", ovvero il gruppo che venne fuori attraverso varie scissioni dal Teatro d'Ottobre e da Nuova Scena.
In questa versione dello spettacolo vi sono numerose canzoni più direttamente politiche, molte dei quali scritte ex novo da Fo e spacciate per popolari.

Esisteva di questo spettacolo l'incisione in due ellepi e un libretto di testi prodotti da "La Comune" e messi in vendita militante durante gli spettacoli. In quei dischi la nostra canzone non era incisa ma compariva nel libretto. Il ritornello "Ah beh, Sì beh!" deriva da un modo di canto toscano (credo della zona del Monte Amiata ) chiamato "Bey", che fa una specie di coro Yodel e sottende il canto principale.

La canzone venne poi incisa da Jannacci in un 45 giri a firma Dario Fo per il testo e da un maestro prestanome che ha depositato la musica per Paolo Ciarchi che allora non era iscritto alla SIAE.  Fo la ridepositò poi completamente a suo nome in anni successivi. Per questioni di "cortesia " la paternità della musica non è ad oggi stata ancora rivendicata."

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lunedì, 19 novembre 2007

Pere Gimferrer è nato a Barcellona nel 1945; la sua produzione è scritta sia in catalano che in castigliano, e comprende poesia, narrativa e saggistica; notevole anche l'attività di traduttore dal francese e dall' inglese (Beckett, Wilde, Stendhal e De Sade tra tanti). Poeta tra i più rappresentativi della sua generazione, è uno dei principali propougnatori dell'estetica novìsima. Nel 1998 ha ricevuto il Premio Nacional del las Letras Espanolas come riconoscimento per il complesso della sua opera.

In italiano è possibile leggere Marea solare, marea lunare - 1963 / 1998 (Pagliai Polistampa).Pere GimferrerPere Gimferrer 2 

Una sola nota musicale per Holderlin

Se perdo la memoria, che purezza.

Nell' azzurra merlatura la sera indugia,

trattiene il suo oro in maglie lontanissime,

filtra la luce da un' ultima fessura, si propaga e mi tradisce

come un arco che trema nell' aria accesa.

Cosa aspettava il silenzio ? Principi della sera, quali palazzi

calpestò il mio piede, quali nubi o scogli, quale stellato paese ?

Durò più di noi quella rosa morta.

Com' è dolce ascoltare il rumore con cui girano i pianeti dell'acqua !

Arde il mare

Oh, essere un capitano di quindici anni

vecchio lupo di mare le vele spiegate

le sirene dei porti e la fuliggine e il silenzio nelle

        chiatte

le pipe fumanti degli armatori dipinti ad olio

gli scioperi degli scaricatori le gru ferme davanti al cielo

        di zinco

le sparatorie notturne nella darsena vampate un corpo

        in acqua con un botto sordo

il fumo nei bar

Dick Tracy i vetri appannati la musica zingara

i racconti di polipi serpenti balene

di oro sepolto e di filibustieri

Una polena il vecchio dio Nettuno

Una dama alle Antille ride e agita il ventaglio di madreperla

          sotto gli alberi di cocco.

Leggenda

E come avvolto tra fiamme o splendore invisibile

un cavaliere nella città, perché l' amore è il mio scudo;

più in là rifulge il silenzio, i pozzi dell' infanzia,

gli occhi verdi di un bambino e il fruscio della tua pelle.

le tue mani, come due aironi feriti e tremanti,

e i tuoi capelli e le tue labbra nella bionda primavera,

così vicini a me, amore mio, come la luce del silenzio,

come due apparizioni trasfigurate dell' amore:

solo un corpo traslucido nell' oscurità del sole.

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giovedì, 15 novembre 2007

Nato a Klaipéda, porto lituano sul Mar Baltico, nel 1937, Tomas Venclova ha studiato e lavorato a Vilnius fino a metà degli settanta, quando, ottenuto fortunosamenteTomas Venclova un visto, si è trasferito in Occidente vivendo da esule negli Stati Uniti. Oggi insegna alla Yale University ma i suoi versi, dopo l'indipendenza del suo paese, hanno ritrovato la strada di casa dopo essere stati a lungo censurati.

In italiano è stata pubblicato il volume Cinquantuno poesie e una lettera (In forma di parole, 2003)

Per i quadrati dei nostri muri

e i quadrati delle porte,

per l' alta finestra, due volte,

e per la lampada, due volte,

per i nomi di paesi recisi,

i portoni delle mappe, e

perché l' aria non vaghi

e l' eterno ancor più non erri.

Per le bianche ruote di locomotori,

le chiavi collaudate,

per noi tutti, quelle due volte.

Per ciò che si riversa dal filo cablato,

che nasce sotto il gelo,

per ciò che due e due, non fanno due,

e due volte due, nemmeno due.

.

Sera. Un fremito da nord-est ferisce la torbida

superficie della baia, la biancheria di blu

colorata e il penetrante pianto di bimbo.

Così il ginepro s' aggrappa alla zolla,

e la pupilla dilatata palpa una stella. Così

il fiume riconosce la propria sorgente,

così si ritorna. L' inconscio ai sogni

disassuefatto quasi. S' appartano le automobili

per la tòrta contratoia, neanche un pollice di Gulliver.

Il corvo disegna a terra un cauto giro,

per l' affanno fioco una lampada sfavilla,

e svanisce il contorno d'un passante

nella faringe delle pietre. Tutto sanno le città d' Europa

sulla morte. La notte dei prati pubblici risciacqua

un carattere acuminato. Semicerchio, ovale,

fèsso contrafforte. Di platino scintilla

il tesoro del mare. nel vallone fresco, come nella mano,

luccicano i dadi. E un segnale

nella penombra approda quasi da un altro universo.

Sono le dieci. Gli stanchi occhi e riconoscenti

sotto le ciglia arrestano il tempo.

E' il gioco eterno. Il colloquio col proprio

riflesso o eco. O più semplicemente detto:

quel che si addice chiamare libertà.

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martedì, 13 novembre 2007
Questa immagine è arrivata grazie a Emmart. Quando la fantasia supera la realtà !ibrid@menti ibirr@menti
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martedì, 13 novembre 2007

Poeta di lingua danese, è nato nel 1944 a Buenos Aires e si è laureato in semiologia linguistica alla Sorbona; è il maggiore esponente della corrente danese della semiotica cognitiva. La regina di Danimarca gli ha attribuito l'onorificenza della Croce dell'Ordine di Dannebrog per l'onore apportato alla nazione.

Per Aage BrandtLe poesie che seguono sono state tradotte da Eva Kampmann e fanno parte di una scelta pubblicata sul numero 1 della bellissima rivista on-line Smerilliana, che vi invito a consultare. (http://www.smerillo.com/smerilliana)

il gatto s' appiattisce sulla ghiaia bianca e annusa

una farfalla notturna, infatti è notte, e gli insetti ruotano

intorno a tutti gli oggetti bianchi, quasi fossero luci,

cani e mezzi di trasporto cantano tra i fianchi dei monti,

dove abitano gli uomini,

cediamo lo spazio agli oggetti e ci caliamo sipari d' immagini

sopra gli occhi,

la notte è più pesante dei nostri corpi, molto più fredda

e più esperta

.

comincio a conoscere me stesso

dal trotto, id est il lavoro delle gambe,

quel che le braccia, le mani e le pieghe

del viso potrebbero mai fare

nel frattempo, e non è cosa

da poco, ma non fa alcuna differenza,

in quanto questo lavoro conduce

colà dove porta, sebbene con

variazioni, che non cambiano punto

la situazione, la via, l' innominabile via

                                    (...al servizio di una causa superiore]

.

fra poco sarà tardi, la bianca quadratura della luna

veleggia indissolubile e incontrastata sulla volta,

sotto la molteplicità degli dei, questa voce sola,

ferita da notti e giorni, sfregiata e lucida come

una vecchia canzone, il cui ritornello

è nuovo e sempre lo stesso. a dispetto delle

metamorfosi degli eterni, fra poco discenderanno tra

i mortali e li moltiplicheranno nella beatitudine

e nel dolore, come una pioggia d' oro, torrenziale, mentre

il cerchio della vela d' argento ripete: in girum imus 

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lunedì, 12 novembre 2007

Mateja Matevski, nato a Istanbul nel 1929, è considerato il maggior poeta macedone vivente; saggista, critico letterario e ispanista (ha tradotto in macedone, tra l'altro, l'opera completa di Garcia Lorca e di Rafael Alberti); già docente di Storia del Teatro e del Dramma e Direttore Generale della Radio-Televisione macedone, dirige attualmente l'Accademia delle Arti e delle Scienze a Skopje. Non si contano i premi e i riconoscimenti, tra i quali la decorazione della "Legion d'Onore" attribuitagli dal Governo Francese. E' stato tradotto in una ventina di lingue, tra cui l'italiano (Nebbie e Tramonti, pubblicato nel 1969 a cura di Giacomo Scotti).Mateja Matevski  
L'albero nella valle I

Esiste un alberello
brutto e solitario che oscilla
nella vallata nero languore nero.

Ha due rami, un tronco e la taciturnità.
Somiglia a un uomo che ha molto desiderato
sepolto e incantenato nella terra.

E memorie non ha di molti giorni
né di neve di piogge d'erbe e di venti
e nemmeno gli uccelli vi intrecciano il nido.

Se ne sta lí nudo come una croce,
è come un uomo incatenato alla terra,
un morto direi che ti ride in faccia.

Bocca di sabbia e tronco di pietra.   
  

L'albero nella valle II

Quest'albero secco e solitario
ha occhi di venti meridionali
che guardano al di là di molti tramonti.
Ma i venti non ci vengono in questa valle
dimenticata da Dio e da tutti
che si agghiaccia nell'ombra.
Anche le acque, anche le nere rocce precipitano
con l'urlo delle belve
a rosicchiargli la scorza.

Eppure egli sta lí direi in volo,
lo nutrono i venti sognati
che guardano al di là di molti tramonti.

Nemmeno il tramonto è tramonto in questa valle.   
  

L'albero nella valle III

Dove il sole non c'è non ci sono nemmeno
albe e tramonti,
né le tenebre sono tenebre che ti fanno piangere
e lo spazio non ha tempo né solitudine.
Tutto è sordo. Nulla esiste.
E l'albero cresce tuttavia. Cresce
lento. Senza saperlo.

Laggiù solo la terra in segreto dice
che qualcosa succede.
E c'è una sorgente sottile
che tutto sa. 
 

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venerdì, 09 novembre 2007

I poeti che non raggiungono un minimo di visibilità sono tantissimi, figuriamoci i più giovani. Eccone tre, nati in Svizzera a Lugano, di lingua italiana.

Elena Jurissevich è nata a Lugano nel 1976. Si è laureta in teologia protestante a Losanna e in lettere a Ginevra, dove vive. Ha pubblicato la silloge Salmi di secondo tipo (Alla chiara fonte, 2005)Elena Jurissevich

La catasta smembrata laggiù di manichini

rincollo le mie quattr' ossa con rispetto

una a una e come un sol corpo

ce ne andiamo cantando.

Non accendere più la canzone

dell' assassina scornata alla vista

di lui che felice per lei si svenava.

E' la tua scelta di sempre.

Adesso: io.

Nel crepuscolo teso ho visto l' albero

che sono. Ha avvinghiato

le braccia al sole potente s' è sollevato

lasciandoti lì a cuore aperto.

Lorenzo Buccella è nato a Lugano nel 1974 e si è laureato in lettere a Bologna, dove vive; è autore anche di testi teatrali e lavora come sceneggiatore per il cinema e la televisioneLorenzo Buccella

mai scatta quell' eclissi

di un interruttore elettrico

in un cloc che la materia si mette

in ombra e impalla dal tuo spiraglio

sonoro di un primo piano

vetrato - lì che lo strofinarsi dei vestiti

arriva immaginabile in condimento

col tutto di un rumore di traffico

che mangia voci e il resto

la poltiglia di suoni in ingordo

risucchio - osservi il decibel

di un contorno marcato che è bastarda

periferia in continua aggressione

del centro di ogni contatto

rubato e rubato qui in via

dei mille e ficchi lo sguardo

dentro quella zuppa faticata alla ricerca

che ogni ingrediente balzi

fuori plastico e d' una sporgenza

da annullare qualsiasi ombra

coriacea che permetta

la più buia immediabilità

della mancanza del tasto reverse

Oliver Scharpf è nato a Lugano nel 1977; dopo aver vissuto a Roma e a Ginevra si è trasferito a Milano, dove ha frequentato il corso di drammaturgia della Scuola d'Arte Drammatica "Paolo Grassi". Premio Montale per l'inedito nel 1997, ha pubblicato le raccolte Uppercuts (MobyDick, 2004) e La durata del viaggio dell' oliva dal martinicocktail (PeQuod, 2007)

Oliver Scharpfpiove

in via beata vergine del carmelo un mozzicone

dimora nel cuore dei cessi del cinema excelsior

mentre come un sedicenne

sento ancora sulle labbra

dei suoi baci

il polline

.

in un vicolo del nucleo di ponte capriasca

c' è un affresco andato perlopiù a puttane

un frammento mostra però un dito indicare

una ferita aperta sull' interno coscia sinistro,

quel che basta per fare il nome di sanrocco

e nell' esile durata di quello spazio di luce

dirlo, qualcosa, per non crepare come cani

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