Qualche tempo fa il poeta Lorenzo Carlucci (è nato a Roma nel 1976, si è laureto in Filosofia Logica alla Normale di Pisa nel 2000, ha pubblicato una raccolta di versi in un libro collettivo bilingue inglese/italiano con Jacopo Ricciardi e lo svizzero Oliver Scharpf - di cui mi sono recentemente occupato - nella collana PlayOn di Scheiwiller, dal titolo If the music be the food of love, PlayOn) mi inviò in lettura una corposa silloge inedita, composta da versi e prose poetiche, intitolata La comunità assoluta. Io gli promisi un parere di cui gli sono ancora debitore; ora che la silloge è in via di pubblicazione, per sdebitarmi in qualche modo ve ne propongo qui un assaggio, il che costituisce comunque un parere implicito, ovviamente positivo.
NB: dei tre testi che seguono, solo gli ultimi due fanno parte della silloge così come verrà pubblicata; il primo, pertanto, resta un esclusiva per gli amici che mi leggono.

I cenci del santo
le stigmate candide del fiore di lebbra
sulla scena di un campo al mattino alla sera
non so se distinguo la luce dal grigio.
Di spalle
l'andare è divino
non lascia lo spazio a partenza e destino
l'andare di schiena è divino
è un bel riso sul campo del mondo,
ed ignora.
L'ignoranza del giorno è divina,
l'andare di spalle di un santo
il candore del fiore di lebbra
e monete nel fondo di un sacco.
La saccoccia del santo è divina
e la sua campanella uno scherzo
da insegnare agli uccelli.
Su qualunque percorso ci smarriamo nel mondo.
Diventiamo una nuvola bianca
come il fiore di lebbra.
enespace10
Tra una pattumiera e un distributore, su una panchina rossa.
La mia vita è uno straccio.
E' evidente, il mio cuore ti accoglie come un cielo.
La panchina è rossa come il distributore.
E' evidente che le buste della spesa mi segano le dita.
Evidente.
Io ti accolgo nella mia vita straccio perchè sono vuoto.
Sono per voi.
Le mie mani sono vuote. Il mio petto respire il respiro del cielo.
Le mie mani sono vuote, il sangue è rosso come questa panchina.
Voi andate, avete sangue. Andate.
Tra una pattumiera dalla quale mi aspetto che esca
il viso di uno scoiattolo
un topo
un uccello
e un distributore dal quale mi aspetto che esca
una coca-cola
mi fumo una sigaretta e la butto per terra a metà.
Il mio respiro è uno straccio, voi mi attraversate.
Il mio petto è attraversato dalla sigaretta
fumata a metà
che butto per terra.
Questo silenzio è insopportabile. Andate.
Lo stare seduto sotto lo straccio del cielo
è insopportabile. Venitemi a prendere.
Dalla pattumiera dalla quale mi aspetto che esca
il viso di uno scoiattolo sporco
non esce nessuno. Voi andate.
Continuate a vendere piante lungo una porta a vetri.
Le mie tasche sono vuote.
Pago ogni piantina con una malattia.
Venitemi a prendere.
Dal distributore dal quale mi aspetto che esca
una coca-cola
esce una coca-cola.
insilenzio2
io sono davvero un ebreo, con la luna, il messiah, tutto il resto. che per vivere al mondo, e godersi la luna, la notte, la sua shekinàh, poi gli spazi, ha un nome da non pronunciare. sopporta. ha messo fuori il fuori. io ho messo fuori il fuori e mi godo i miei passi la notte, al tabbaccaio al liquore. e come un ebreo, ho figli numerosi come grani di sabbia ciascuno con un proprio nome. io sono davvero un ebreo, dell'ebreo ho i pantaloni. io smercio il tabacco e i sigari ai giovani ariani, di notte, sotto le tettoie. poi torno con te sotto il braccio, con te che sei ora a duemila chilometri e mezzo, oltre il mare. ma sono un ebreo e per questo, tu sei qui con me, e la luna è bassa come le tue orecchie. io ti do un orecchino che compro coi soldi dei sigari con la morte a baratto, insieme al sorriso, venduto ai ragazzi. io ti do un orecchino, e tu non sei qui, ma ci sei, perché sono un ebreo e ti sorrido, se fumo e fischietto, è un canto latino di morte che scaccia gli uccelli. mi fa il vuoto intorno. è un epitaffio cantato, in un fischio, sulla strada di casa, e che fa il vuoto intorno, fa scappare gli uccelli. è un canto latino con parole sbagliate: io sono un ebreo. al tuo orecchio metto un orecchino.







