Veronica Gambara (nata a Pralboino 1485 - 1550)
Di nobile familia del Bresciano, fu avviata dal padre, conte Gian Francesco Gambara amante della letteratura, agli studi umanistici. Andò sposa al nobile Gilberto X°, signore di Correggio, occupandosi alla morte dello stesso, avvenuta del 1518, degli affari dello stato di Correggio che resse con abilità e determinazione fino alla morte. Scrisse un ampio canzoniere dimostrando un notevole talento, molto apprezzato dai contemporanei e ammirato perfino da Giacomo Leopardi.
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A l' ardente desio ch' ognor m' accende
di seguir nel cammin, ch' al ciel conduce,
sol voi mancava, o mia serena luce,
per discacciar la nebbia, che m' offende.
Or poi che 'l vostro raggio in me risplende,
per quella strada, ch' a ben far n' induce,
vengo dietro di voi fidato duce:
che 'l mio voler più oltra non si stende.
Bassi pensier in me non han più loco:
ogni vil voglia è spenta, e sol d' onore
e di rara virtù l' alma si pasce.
Dolce mio caro ed onorato foco:
poscia che dal gentil vostro calore
eterna fama e vera gloria nasce.
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Occhi lucenti e belli,
com' esser può che in un medesmo istante
nascan da voi nuove sì forme e tante ?
Lieti, mesti, superbi, umili, alteri,
vi mostrate in un punto, onde di speme
e di timor m' empiete,
e tanti effetti dolci, acerbi e fieri
nel core arso per voi vengono insieme
ad ognor che volete.
Or, poi che voi mia vita e morte sète,
occhi felici, occhi beati e cari,
siete sempre sereni, allegri e chiari.
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Poichè fortuna volle farmi priva
di te, Signor mio car, deh ! tolto almeno
m' avesse la memoria, che 'l cor pieno
tien de' martiri che da lei deriva.
Che dich' io stolta ? Senza lei non viva
sarei, perché, pensando a quello ameno
piacer ond' io mi pasco e vengo meno,
se ben mi spinge in mar può trarmi a riva.
La memoria mantienmi e mi disface;
la memoria mi fa lieta e scontenta;
ne la memoria il ben e' l mal mio iace.
La memoria m' allegra e mi tormenta:
dunque da la memoria ho guerra e pace
e in tal variar lei sola mi contenta.
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Se, quando per Adone o ver per Marte
arse Venere bella,
stato fossi, Signor, visto da lei,
quella ardente facella
sol per te, che di lor più degno sei,
arsa e accesa l' avrebbe in ogni parte,
perché ne l' arme il bellicoso Marte
vinci d' assai, e di bellezza Adone
cede al tuo paragone:
dunque se il Ciel t' aspira e fa immortale
meraviglia non è, perché sei tale.







