Attila Jozsef nacque a Budapest nel 1905 in una famiglia poverissima; facendo vari mestieri riuscì a completare gli studi universitari; partecipò in seguito al movimento operaio del suo paese, venendone espulso perchè non ritenuto in linea con l'ortodossia dello stesso. Sfinito dalla perenne miseria, si uccise nel 1937 gettandosi sotto un treno.
Le sue poesie e le sue traduzioni poetiche vennero riunite in una raccolta postuma pubblicata l'anno successivo.
Il dolore è un postino grigio, silenzioso,
col viso asciutto, gli occhi di un azzurro chiaro,
dalle sue spalle fragili pende
la borsa, il vestito è scuro e consumato.
Nel suo petto batte un orologio
da pochi soldi, timidamente sguscia
di strada in strada, si stringe ai muri
delle case, sparisce in un portone.
Poi bussa. E ha una lettera per te.
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Nello stretto cortile, lentamente,
come dal fondo di un pozzo, ora la luce
ritira la sua rete.
Già l'ombra ha sommerso la nostra cucina.
Sui cenci oleosi del cielo
si ferma e sospira la notte:
poi scende dalla città nei sobborghi,
poi si incammina attraverso la piazza
ed accende un po' di luna, che arda.
L'umidità fruga nel buio,
fa piombo la polvere della strada.
La bocca dell'osteria vomita una luce guasta;
la sua finestra ha un riflesso di pozzanghera.
Tutto è umido, tutto è pesante.
La muffa disegna la carta
geografica dei paesi della miseria.
Il tuo vento umido e appiccicoso è come
lo sventolio delle lenzuola sporche,
o notte !
Penzoli dal cielo come sulla fune il cotone sfilacciato,
come sulla vita la tristezza,
o notte !
Grave è la notte ! Pesante è la notte !
Così dormo, o fratelli, pure io.
Che la sofferenza non morda l'anima nostra,
né il corpo ci pizzichino le cimici.
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Ed ecco apparire la locomotiva.
Abito accanto alla ferrovia. Di qui vanno
e vengono i treni, li guardo e riguardo
un trascorrere in volo di lucide finestre
in un buio stopposo che vacilla.
Così se ne vanno in una eternità di notte
i giorni luminosi
e son io nella luce di ogni scomparto
che appoggio il gomito, e taccio.







