martedì, 18 marzo 2008

Attila Jozsef nacque a Budapest nel 1905 in una famiglia poverissima; facendo vari mestieri riuscì a completare gli studi universitari; partecipò in seguito al movimento operaio del suo paese, venendone espulso perchè non ritenuto in linea con l'ortodossia dello stesso. Sfinito dalla perenne miseria, si uccise nel 1937 gettandosi sotto un treno. Attila JozsefLe sue poesie e le sue traduzioni poetiche vennero riunite in una raccolta postuma pubblicata l'anno successivo.

Il dolore è un postino grigio, silenzioso,

col viso asciutto, gli occhi di un azzurro chiaro,

dalle sue spalle fragili pende

la borsa, il vestito è scuro e consumato.

Nel suo petto batte un orologio

da pochi soldi, timidamente sguscia

di strada in strada, si stringe ai muri

delle case, sparisce in un portone.

Poi bussa. E ha una lettera per te.

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Nello stretto cortile, lentamente,

come dal fondo di un pozzo, ora la luce

ritira la sua rete.

Già l'ombra ha sommerso la nostra cucina.

Sui cenci oleosi del cielo

si ferma e sospira la notte:

poi scende dalla città nei sobborghi,

poi si incammina attraverso la piazza

ed accende un po' di luna, che arda.

L'umidità fruga nel buio,

fa piombo la polvere della strada.

La bocca dell'osteria vomita una luce guasta;

la sua finestra ha un riflesso di pozzanghera.

Tutto è umido, tutto è pesante.

La muffa disegna la carta

geografica dei paesi della miseria.

Il tuo vento umido e appiccicoso è come

lo sventolio delle lenzuola sporche,

o notte !

Penzoli dal cielo come sulla fune il cotone sfilacciato,

come sulla vita la tristezza,

o notte !

Grave è la notte ! Pesante è la notte !

Così dormo, o fratelli, pure io.

Che la sofferenza non morda l'anima nostra,

né il corpo ci pizzichino le cimici.

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Ed ecco apparire la locomotiva.

Abito accanto alla ferrovia. Di qui vanno

e vengono i treni, li guardo e riguardo

un trascorrere in volo di lucide finestre

in un buio stopposo che vacilla.

Così se ne vanno in una eternità di notte

i giorni luminosi

e son io nella luce di ogni scomparto

che appoggio il gomito, e taccio.

postato da: bertop alle ore 14:13 | Permalink | commenti (1)
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